I beni demoetnoantropologici
L’espressione “beni demoetnoantropologici” ha fatto il suo ingresso nel panorama dei beni culturali italiani nel 1998, con l’istituzione del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Questo concetto, poi consolidato nel Codice dei beni culturali e del paesaggio del 2004, racchiude una categoria di beni già riconosciuta dalla Legge 1089/1939, che includeva tra le “cose” tutelate dallo Stato anche quelle di “interesse etnografico”.
Si tratta di manifestazioni culturali che esprimono l’identità di un gruppo sociale, tracce tangibili e simboliche del suo vissuto antropologico: dall’artigianato agli oggetti d’uso quotidiano, dai costumi alle abitazioni, dagli strumenti di lavoro alle espressioni artistiche come musica, danza e letteratura orale, fino ai dialetti, alle mitologie e alle tradizioni festive.
Definizione
Il patrimonio etnografico abbraccia diverse categorie di beni, ciascuna studiata da specifiche discipline:
- Demologia: studio del folclore e delle tradizioni popolari.
- Etnologia: studio delle culture dei popoli “esotici”.
- Antropologia: studio delle società contemporanee.
Il concetto di bene demoetnoantropologico si lega a oggetti e manufatti dell’arte popolare e della cultura materiale. Gli studi sulle forme d’arte delle popolazioni extraeuropee hanno contribuito a riconoscere il loro valore, superando le categorie estetiche occidentali che le relegavano a espressioni “minori”.
Musei e cultura
Lo statuto dei beni demoetnoantropologici si ricollega al concetto antropologico di cultura, inteso come l’insieme delle conoscenze, credenze, arti, morali, diritti e abitudini acquisite dall’uomo in quanto membro di una società.
Nonostante le difficoltà incontrate nel definire e normare questo patrimonio, la ricerca ha sempre valorizzato la sua globalità, considerando anche gli aspetti culturali “vivi” e in continua evoluzione.
La raccolta e l’esposizione di materiali provenienti da società “primitive” ha radici nel XIX secolo, un progetto condiviso da molti paesi europei.
I musei che custodiscono questi beni variano nella denominazione (etnografia, folclore, antropologia), ma condividono l’obiettivo di studiare l’alterità storica e geografica: il mondo rurale e popolare contrapposto a quello urbano e colto, le culture “altre” rispetto a quella occidentale.
Antropologia del patrimonio
L’idea di museo etnografico si è evoluta, passando da una concezione statica delle culture a una visione dinamica. Il patrimonio etnografico è un “paesaggio” complesso, dove gli oggetti sono legati all’ambiente e alla società, risultato di significati antropologici stratificati.
Il contesto è fondamentale: territorio, ambiente, spazio sociale, economico, cerimoniale, ecologico, simbolico o museale. Qui, identità, relazioni e storie si intrecciano, e il significato degli oggetti è il risultato di processi di valorizzazione che coinvolgono diversi attori.
La tutela e la valorizzazione di questi beni richiedono la rappresentazione dei contesti di origine. Il bene demoetnoantropologico è parte di una realtà dinamica, influenzata da fattori sociali e storici, e da fenomeni come il revivalismo e la “invenzione” di tradizioni locali, spesso legati al turismo.
La natura di questi beni è intrinsecamente legata al rapporto tra produttori e fruitori, in una rete di relazioni sociali e simboliche che richiedono interpretazioni complesse e non riduttive.
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